venerdì , maggio 26 2017
Home / Mamme / Parto / Racconto di un parto cesareo: così è nato mio figlio
Racconto di un parto cesareo: così è nato mio figlio

Racconto di un parto cesareo: così è nato mio figlio

Il nostro bambino è arrivato dopo 7 anni di tentativi, 2 aborti spontanei e una diagnosi di grave infertilità, tanto che ci avevano detto che se non ricorrevamo alla fecondazione assistita sarebbe stato praticamente impossibile che riuscissimo a concepire naturalmente. Invece il 18 dicembre 2014 è venuto alla luce il nostro bambino.

Verso la 30esima settimana di gravidanza il bimbo si è messo in posizione podalica è da lì non si è più mosso. Dopo la seconda ecografia di controllo e la conferma che era rimasto podalico, mi è stato subito fissato il giorno dell’intervento. Non è stato facile per me accettare che avrei avuto un parto cesareo. Stavo partecipando ad un corso preparto molto bello, che mi aveva davvero messo la voglia di provare l’esperienza del parto naturale. Inoltre nessun dottore o ostetrica dell’ospedale mi ha proposto di provare le tecniche di versione del bimbo. Solo la mia ginecologa si è preoccupata di verificare se c’erano le condizioni per compiere la manovra di versione, ma arrivati alla 33esima settimana il liquido amniotico non era sufficiente per compierla in modo sicuro.

Dopo qualche giorno di riflessione e di autoconvincimento ho cominciato a fare il conto alla rovescia che mi portava al giorno dell’intervento. Le ultime settimane sono state davvero pensanti e alla fine fui felice di anticipare il parto e di avere finalmente il mio bimbo tra le braccia. La sera prima del parto cesareo, mettendo le ultime cose in valigia ho avuto un momento di tristezza: dal giorno dopo non avrei più avuto il mio bambino dentro di me. Lui non era ancora pronto ad uscire, era lì tranquillo con la sua mamma e il giorno dopo lo avrebbero “forzato” a nascere.

Il giorno del parto cesareo

La mattina dell’intervento io e mio marito ci siamo presentati in reparto alle 7 come ci era stato indicato. Sono stata accolta da un’ostetrica che mi ha accompagnata in tutta la fase della preparazione spiegandomi passo passo quello che stava succedendo. Mio marito è stato fatto accomodare fuori. Per fortuna che esistono i cellulari, così sono riuscita con messaggi e foto a renderlo partecipe di quello che stavo vivendo io, in quel momento da sola. Dopo l’ecografia per verificare che il bambino fosse ancora podalico, ho fatto il monitoraggio, inserito il catetere e poco prima di mezzogiorno era il mio turno. Aspettando che pulissero la sala operatoria ero stranamente serena e concentrata sul fatto che stava per succedere la cosa più straordinaria della mia vita e di quella del mio bambino. Di lì a pochi minuti sarei diventata davvero e finalmente mamma.

Il parto cesareo è stato velocissimo. La parte più traumatica è stata l’anestesia spinale: quando l’anestesista ha inserito l’ago ho fatto un salto e mi sono spaventata perché avevo un ago conficcato nella colonna vertebrale! Poi velocemente mi hanno coricata e l’impressione è stata “aiuto, adesso mi tagliano e vedo tutto…” Ovviamente non è stato così. Il primo taglio l’ho sentito (non il dolore, ma la pelle che veniva tagliata), poi il formicolio si è fatto più intenso e non ho sentito più nulla. Nel frattempo dietro di me una ragazza mi accarezzava e mi parlava dandomi i tempi.

Per fortuna che mi ero fatta spiegare dalla mia ginecologa cosa sarebbe successo, perché il procedimento è molto cruento a mio avviso. Mi sono dovuta attaccare ai supporti per le braccia nel momento dell’estrazione (infatti nei giorni successivi avevo dolori alle articolazioni delle spalle). Sempre durante l’estrazione, mentre la ginecologa mi spingeva la parte alta della pancia per aiutare il bambino ad uscire, ho sentito “cric-crac”: io l’ho detto ad alta voce “ho sentito cric- crac, è normale?”, ma nessuno mi ha risposto. Intanto l’ostetrica che mi parlava e mi raccontava quanto il bimbo era fuori: prima le gambe e poi tutto il bimbo. Quando è uscito l’ho sentito piangere 2 volte, ho pianto con lui…

Tutte che mi dicevano “lo vedi, lo vedi???” Invece non l’ho visto appena uscito. Già il parto cesareo ti toglie qualcosa in tutta l’esperienza che è il parto, in più non te lo mostrano neanche subito. Io avrei voluto il mio bambino sporco e viscido con il suo cordone ombelicale ancora attaccato sul mio petto per qualche secondo… Questo momento mi è stato rubato e mi mancherà per tutta la vita.

Il bambino è stato preso dalla neonatologa (così mi è stato riferito) e mi è stato portato dopo pochi minuti, ma giuro che sono stati i più lunghi della mia vita. Chiedi “sta bene? È tutto apposto?” Ti rispondono di sì, ma c’è sempre la paura che ti stiano raccontando una balla per farti stare tranquilla… Altrimenti perché non hanno voluto farmelo vedere? Finché mi stavano ricucendo ho avuto un calo di pressione, infatti avevo voglia di dormire, ma l’ho detto e mi hanno subito ripresa.

Per fortuna tutte le mie paure si sono rivelate infondate e il mio bambino era perfetto! Sono stata portata in una stanza in osservazione, dov’è entrato mio marito sorridente con il bimbo più bello del mondo: capelli neri e le guanciotte già tonde! Me lo hanno messo disteso sopra di me e si è attaccato al seno subito.

I giorni successivi al parto cesareo

Il primo giorno dopo il parto cesareo è passato con il nostro bambino in braccio di mio marito e io che li guardavo e cercavo di realizzare il miracolo che era successo. In tutto questo stato di felicità confusa… Non riuscivo a trovare nessuna posizione a letto in cui ero comoda, anche se piena di antidolorifici avevo male le costole e il dolore non mi permetteva di alzarmi aiutandomi con il gancio. Ogni volta dovevo trattenere il fiato. È il primo bimbo e non sai quanto dolore è “giusto” sopportare, così stringi i denti e lasci che le ore passino.

In ospedale il bimbo dormiva tantissimo anche 8-9 ore. Mi aspettavo che un’infermeira del nido venisse almeno 1 volta a spiegarmi cos’era successo e cosa sarebbe successo poi. In particolare è mancata completamente un’assistenza giusta e competente all’allattamento. Se non eri tu a chiamare nessuno si preoccupava del fatto che eri primipara e giovane. Io mi aspettavo più partecipazione da parte del nido. L’impressione è stata che si limitassero a fare il minimo indispensabile e solo se chiamate. Con questo non voglio fare di tutta l’erba un fascio, come dappertutto ci sono persone persone più gentili e disponibili e meno… Ma è mancata completamente la prima assistenza “il bimbo si attacca bene? Mi fai vedere? Quando lo cambi devi tenerlo così, devi fare cosà…” Niente di tutto questo. Venivano, lo cambiavano e se non eri tu a farti avanti per guardare loro andavano avanti per la loro strada.

Con il taglio cesareo la prima notte sei a letto, ho chiesto che me lo tenessero al nido e così hanno fatto. Al mattino me lo hanno portato e fino alle 10 quando è arrivato mio marito ho dovuto gestirmelo io dalla culla al letto e viceversa non potendomi muovere dal letto e con il mio dolore alle costole.

Le ostetriche del reparto sono state tutte molto gentili, in particolare le 3 che nei vari turni avevano in consegna la nostra stanza sono state davvero premurose e deliziose con me. Talmente attente che il terzo giorno avevo proprio male alle costole ed è arrivata lei con la flebo di antidolorifico (ovviamente prescritta dal medico) senza aspettare che la chiamassi io.

L’allattamento. Dopo il primissimo attacco appena nato, credevo che la cosa fosse fatta. Io lo avvicinavo al seno e lui si attaccava. La prima notte in cui ho dovuto gestirmelo da sola non si attaccava e continuava a piangere. Io pensavo di non avere latte e che lui avesse fame, così con la mia culla sono andata al nido a chiedere l’aggiunta. Si sono consultati con il pediatra e me l’hanno data. Dopo 2 ore di nuovo piangeva e non si attaccava e ho chiamato il nido. L’infermiera che mi ha seguito quella notte è stata molto gentile e tranquilla. Era passato troppo poco tempo per dargli di nuovo il latte artificiale, così mi ha chiesto di mostrarle come si attaccava e me lo ha attaccato lei nel modo corretto. Anche in questo caso, perché prima di dare l’aggiunta non ti assicuri che mamma primipara e bimbo appena nato stiano “lavorando” nel modo corretto? E lo fai solo quando “costretta” dal fatto che non puoi dare l’aggiunta?

Per il dolore alla costola, le ostetriche sembravano preoccupate e mi ripetevano che dovevo dirlo al ginecologo che veniva a fare le visite. Così ho fatto, ma per i 3 giorni che sono stata dentro la sensazione era quella che facessero un po’ finta di niente. Mi avevano dato la possibilità di fare i raggi restando su un giorno in più. Perché non si sono accertati subito di cos’era  successo? Perché aspettare 4 giorni? Comunque non avevo nessuna intenzione di restare un’altra notte e un altro giorno li, visto che erano quasi 48 ore che non dormivo perché la bimba della mia vicina di letto non faceva altro che piangere. E poi erano costole e se erano rotte, comunque non avrebbero fatto niente. Così ho deciso di venire a casa.

Prima di essere dimessi l’infermiera del nido che ci ha spiegato un po’ di cose è stata dolcissima e molto disponibile. Ho fatto il bagnetto a mio bimbo ed è potuto entrare al nido anche mio marito. Al bambino è stato tagliato il cordone ombelicale cortissimo, talmente che nn riuscivo neanche a piegarlo per fare il fagottino. Per le due settimane di cambi, sudavo freddo ogni volta.. Quando si è staccato avrei voluto festeggiare.

E poi finalmente il rientro a casa

Il rientro a casa è stato apocalittico! Dopo due giorni che non dormivo sono andata un po’ nel pallone. Avevo passato le ultime settimane a organizzare culla, il fasciatoio, e quando sono arrivata con il bimbo non andava bene niente! I primi 3-4 giorni sono stati i più duri, ma per fortuna avevo mio marito a casa. Non so cos’avrei fatto senza di lui! Fortunatamente sono riuscita ad allattare esclusivamente dal seno, anche con il male alle costole.

Solitamente sono una che tende ad arrangiarsi il più possibile, quindi sono ricorsa al consultorio per tagliare i punti non assorbiti e basta. Poi comunque già in reparto ogni infermiera e ogni ostetrica aveva un po’ il suo modo di pensare: “Io faccio così, anche se so che alcune mie colleghe fanno diversamente”. Quindi qual è la cosa giusta da fare? Una volta a casa, anche a causa di questa non uniformità nel “sapere” non sentivo la necessità di chiamare qualcuno, perché comunque avrei avuto sempre il punto di domanda se quello che mi stava dicendo era giusto o se c’era un modo migliore. Così ho preferito andare io a tentativi, in questo modo ho conosciuto meglio il mio bambino.

Già durante la gravidanza facevo fatica a realizzare che dentro di me c’era un bambino, poi il cesareo… Mi ci è voluto un po’ per avere coscienza che quella meraviglia era mia!!!!

About Erika Barison

Erika Barison
Mi chiamo Erika e sono una mamma innamorata del suo bimbo, una moglie innamorata di suo marito, una biologa innamorata del suo lavoro... Adoro aiutare le persone: se un po' del mio tempo speso per gli altri serve per dare una mano anche ad una sola persona, penso ne sia valsa la pena.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *